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Is Fogoronis

La tradizione di accendere “Is fogus” in “is prassas” è senza dubbio molto antica.
Oltre che in Sardegna, i fuochi, sono una costumanza rispettata da tutte le popolazioni agro-pastorali di tutta l'Europa. Tale rito è documentato già dal Medio Evo e, vista la sua analogia con gli altri osservati nell'antichità, possiamo affermare che l'origine deve essere ricercata prima della diffusione del Cristianesimo. Un chiaro riferimento a questa pratica è ravvisabile nei Sinodi Cristiani dell' VIII secolo laddove la Chiesa definì l'usanza di accendere “Is fogus” rito pagano che doveva essere, in quanto tale, abolito.
Possiamo quindi asserire che la tradizione di accendere i fuochi, che ancor oggi si rinnova, altro non sia che il retaggio di pratiche diffuse in epoche molto antiche e aventi connotazioni che vanno al di là della semplice dedicazione ai tre santi.

Il rituale dell'accensione del fuoco richiama infatti i sacrifici propiziatori agli dei pagani, e la  stessa adorazione del Dio Sole seguiva pratiche che avevano nell'accensione del fuoco una forma rituale volta ad aggraziarsi la divinità. In ogni caso, trattandosi di un' usanza pagana, questa pratica trovò la massima avversione della Chiesa. Attualmente “is fogoronis” che vengono accesi nel nostro paese, sono tre e dedicati a tre santi: Sant'Efis (Sant'Efisio), Sant' Antoni ( Sant'Antonio Abate) e  Santu Serbestianu (San Sebastiano). Il carattere dei fuochi resta, nonostante il riferimento ai tre santi, prevalentemente paganeggiante.

La Chiesa, infatti, allorchè impose la propria dottrina si trovò costretta a mutare soltanto alcuni aspetti della religione pagana e operando una trasmutazione consentì, per ragioni di opportunità, la sopravvivenza degli antichi rituali pagani già radicati nelle popolazioni dell'epoca. Alcune di queste espressioni rituali, si sono mantenuti fino ai giorni nostri, mentre altre sono oramai cadute in desuetudine.

Una delle antiche usanze legate a “Is fogoronis” è quella di saltare il fuoco dopo la sua accensione. Anche in questo caso il significato attribuibile a tale pratica è di dubbia origine. Se da un lato la tradizione che vuole il fuoco dedicato al Santo, riconosce all'usanza del salto una richiesta di protezione, dall'altro, tale pratica era un costume osservato in tutta Europa da tempi precristiani e aveva come scopo ora quello di scacciare le streghe ovvero di propiziare una buona annata agraria. In questo senso, al fuoco veniva attribuita una forza purificatrice e rigeneratrice per cui era in grado di scacciare le forze malefiche e far rinascere la vegetazione.

Altra costumanza, un tempo in auge a Seui, e legata a “Su fogoroni de Sant'Antoni”, è “Sa Mammulada”. Nello specifico, si tratta di una maschera che per il suo aspetto richiama i più noti Mamuthones di Mamoiada. Una volta accesi i falò per le vie del paese, gruppi di persone usavano girovagare de fogu in fogu col viso cosparso di fuliggine, vestiti con pelli di montone e una larga fascia di pelle a tracolla piena di campanacci. Tali figure erano inoltre munite di un conchiglia marina che veniva portata alla bocca e vi veniva gridato: "Sa Mammulada! Sa Mammulada!".
Il significato che si è creduto di dare a questa manifestazione, pur mantenendo il dubbio legato alla sua origine antichissima, è che “Sa Mamulada” avesse la funzione di evocare lo spirito della vegetazione assopito durante la stagione invernale.

Nella tradizione seuese, diversamente da quella di altri paesi, è usanza accendere “Su fogoroni” in ogni vicinato, creando in questo modo anche una competizione tra i diversi rioni su quale tra i tanti sia il meglio riuscito.
Ovviamente, tale aspetto si desume dal livello di partecipazione popolare e dall' apporto che ogni abitante dà alla buona riuscita de “Su fogoroni”. L'adesione di ogni vicino consiste nel contribuire con prodotti alimentari a formare su “cumbidu” che viene offerto ai presenti. Si tratta per lo più di prodotti tipici locali quali frutta secca, formaggio e altro.

Per l'occasione è usanza preparare “sa fa, patata e lardu”(un bollito di fave, patate e lardo), “sa castangia” e “sa patata a orrostu” (castagne e patate arrosto) e altre cibarie a discrezione di ogni vicino.

Ogni fuoco viene acceso all'imbrunire e per alimentarlo vengono usati tronchi e radici d'albero, “su murdegu” (cisto) e “s'erba de Santa Maria”(un cespuglio aromatico) che ogni vicinato si fa carico di procurare nella prospettiva di fare del proprio fuoco quello più grande.

Ogni “fuoco” non rappresenta tuttavia un ambito chiuso agli estranei a ciascun vicinato, ma al contrario si caratterizza per l'ospitalità verso quanti, di passaggio, si  fermano e si intrattengono ad animare il gruppo.
In questo senso, infatti, è consuetudine fare “su giru de is fogus” creando cosi un interscambio tra i vari vicinati.
Un'altro aspetto è quello dell'animazione che accompagna la serata davanti al fuoco. Oltre a rappresentare in se un'occasione di socialità, “is figoronis” ripropongono una  serie usanze quali quella del gioco de “Sa matta de su cuguzzulloni”, “su cantu a trallalleru”e del ballo sardo che scandito dal suono della fisarmonica anima tra il calore del fuoco l'inverno rigido di Seui.

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